IL Covo delle Vipere

Pubblichiamo un articolo a cura della Sezione di Bologna il cui autore è il socio Col. Adalberto de’Bartolomeis

Il COVO DELLE VIPERE

La seconda guerra mondiale era finita in Europa, esattamente, alle ore 23.01 dell’8 maggio 1945. L’ Alto Adige, però, divenne la piccola “Heimat”, Patria dei tedeschi altoatesini che, continuando a credere in un risorgente nazismo, accolsero “molte celebri” personalità del Terzo Reich, in fuga dalla Germania. Trovarono, quindi, terreno “fertile”, in

particolare, a Merano, dove, in poco tempo, pullulavano ex caporioni nazisti, dalla fine del 1945 a tutto il 1947, peraltro, non tanto nascosti da famiglie di lingua tedesca che, in cambio di cospicue somme di denaro, bottini di guerra trafugati nelle banche in Germania o di vari preziosi personali ( si parla di valigie piene di oro, gioielli, anche appartenuti ad ebrei sterminati nei vari campi di concentramento) diedero un rifugio sicuro, falsificando pure i documenti, prima che da Genova partissero per essere accolti in Argentina ed altri Stati del Sud America. Nomi noti a chi li doveva già processare a Norimberga furono Adolf Heichmann, il medico Joseph Mengele, Martin Bormann, la famiglia del capo delle SS Heinrich Himmler. Erich Priebke rimase per qualche settimana tra Merano e Bolzano e, come scrisse nelle sue memorie, in Argentina fuggì con un noto albergatore locale che sull’Alpe di Siusi aveva costruito un piccolo impero. Poi c’è Maximilian Bernhubert, un alto dirigente della banca del Reich che, responsabile della requisizione dei beni sia degli ebrei e sia del denaro tedesco depositato nelle banche svizzere, entrando ed uscendo, da questa Nazione neutrale, prima che crollasse tutto, si acquattò a Fortezza prima di spiccare il salto anche lui verso L’America del Sud. L’intero Alto Adige venne largamente utilizzato dai criminali nazisti come “trampolino di lancio” o di fuga, ma la “capitale” del viperaio nazista rimase prescelta Merano, forse perché i nascondigli si potevano confondere con la popolazione locale che non badava, certo, a crucciarsi tanto di averli lì questi criminali. Nel maggio del 1945, solo una spiata antinazista permise gli americani di arrestare sotto i Portici l’ambasciatore tedesco Rudolph Rahn, insieme a molti altri funzionari ex diplomatici del Terzo Reich, i quali erano intenti all’acquisto di passaporti falsi. Alcuni si suicidarono presso alcuni alberghi che però li accolsero, solo perché gli ex nazisti riuscivano a corrompere bene i titolari offrendo loro un bel po’di denaro. È da ricordare il caso dell’ambasciatore tedesco Dietrisch von Jagow che lo trovarono impiccato nella camera di un Hotel a Maia Alta. Sapeva di essere arrestato. Merano venne presa d’assalto da molti esponenti del governo francese di Vichy, a partire dal mese di aprile del 1945. Tra questi “è degno di nota ricordare” il primo ministro Pierre Laval, il ministro della propaganda Jean Luchaire ed il capo della polizia di Vichy Joseph Darnand, responsabile delle più violente rappresaglie fasciste compiute da personale non germanico, nel sud della Francia, come a Parigi, nel convogliare gli ebrei nel Vélodrome d’Hiver. Persino alcuni alti diplomatici giapponesi trovarono rifugio a Merano, riuscendo a riciclare con successo le loro generalità. Lo studioso austriaco Gerald Scheiderer riuscì a descrivere molto bene cosa divenne questa ridente località altoatesina: “a Merano si era concentrata una notevole massa di ex nazisti e collaborazionisti, ma pochi di questi, finiti i soldi, s’integrarono nella società civile, mentre la maggior parte si era dedicata ad attività illegali di varia natura. Ci furono diversi ufficiali delle SS che, ciascuno, ha la sua croce in pietra e ben ornata al Camposanto principale di Merano e vissero molto a lungo, per svariati decenni”. Un altro sicuro rifugio nella città del fiume Passirio lo trovò un certo Reinhard Kops, agente del controspionaggio che in città organizzò un vero e proprio punto di smistamento dei gerarchi nazisti, proprio sotto i Portici, in un appartamento ristrutturato ad albergo che in codice rispondeva al nome di “Tante Anne”. La proprietaria era una signora meranese, anch’essa poi fuggita all’estero, che ospitava a pagamento tanto nazisti quanto ebrei in fuga. Venne spesso citata nelle memorie da Simon Wisenthal, che in quella locanda aveva pernottato qualche giorno, partendo da lì, poi, per tutta la sua vita, nella missione di scovare quanti più criminali nazisti erano fuggiti dalla Germania. Dal 1945 al 1947, sempre a Merano svernò il medico Emil Gelny, tra i responsabili del programma di eutanasia forzata nei campi di sterminio in Austria, mentre settimanalmente circa 400 ebrei attraversavano la città di ritorno dai campi di concentramento, fianco a fianco ad ex nazisti o ufficiali della Gestapo. Insomma, come scrisse anche lo storico Paolo Valente, ci fu un via vai di persone, tra le quali la fuga del notissimo gerarca Adolf Eichmann, poi, processato e condannato a morte a Gerusalemme, ma prima con l’aiuto di un parroco e di un francescano, dall’Alto Adige scappò in Sudamerica. Una fuga che fu possibile grazie ai preziosi lasciapassare prodotti dal Comitato internazionale della Croce Rossa, riconosciuti validi in tutta Europa e stampati anche in alcune tipografie meranesi che pochi anni prima avevano lavorato per produrre dollari e sterline false. La Merano del secondo dopoguerra non potrà più essere quella dei decenni precedenti, ricca di problemi insoluti. La storia conta e non si cancella. Guardando ad essa, ai suoi lati oscuri, insegna che i germi dell’odio e della violenza non sono mai eliminati una volta per tutte. La semplificazione della realtà secondo una chiave di lettura etnica continua ad emergere anche dopo la guerra e tutta la politica provinciale, non solo quella meranese, si può dire impostata secondo le categorie dell’appartenenza linguistica. Ciò che ne esce è un falso equilibrio che si concretizza, di fatto, in una crescita stentata perché perennemente condizionata da veti incrociati e non confessate riserve mentali.

Col. Adalberto de’Bartolomeis
Sez ANCFARGL di Bologna